Editoriali

 

3/2008

 

2.  L'Europa prepara la sua Difesa

I grandi gruppi crescono ma la ricerca tecnologica deve essere sostenuta

Michele Nones e Stefano Silvestri, Il Sole 24 Ore, 20 Marzo 2008

 

L’industria europea della difesa mette a segno successi importanti, anche sul difficile e competitivo mercato americano, dal velivolo da trasporto tattico C-27J dell'Alenia Aeronautica a quello per il rifornimento in volo dell'Airbus, il KC45A. Ma l'Europa nel suo complesso spende in modo disordinato e poco efficace e il suo peso internazionale è molto inferiore alle sue reali potenzialità. Il fatto è che siamo nel bel mezzo di una serie complessa di trasformazioni, non solo tecnologiche (anche se esse pure sono parte importante del problema complessivo), ma politiche e di mercato, rispetto alle quali l'Europa è ancora troppo incerta e confusa.

Di che cosa si tratta? Le questioni principali (a parte quelle legate alla rapidissima evoluzione tecnologica in atto) sono due. La prima riguarda la trasformazione del mercato da nazionale a continentale (e globale) e la seconda riguarda la stessa domanda di nuovi prodotti, che non è più limitata solo al settore classico della difesa, ma anche a quello molto più vasto e indeterminato della sicurezza.

Le grandi industrie europee hanno da tempo superato la loro originaria dimensione nazionale. Esse sono ormai multinazionali, presenti su vari mercati nazionali europei e internazionali. La loro offerta ha quindi caratteristiche transnazionali. Tuttavia la domanda, essenzialmente pubblica, è ancora fortemente caratterizzata in termini nazionali: salvo alcuni grandi programmi, in cui con difficoltà, ritardi e sovraccosti, alcuni Stati sono riusciti a mettersi d'accordo per commissionare alle industrie lo stesso prodotto (o quanto meno prodotti con un alto numero di parti in comune), ogni Stato europeo ha mantenuto fino ad ora le sue priorità, le sue esigenze e i suoi requisiti.

Lo stesso vale per la politica industriale e quella della ricerca e sviluppo dove la dimensione è rimasta quasi esclusivamente quella nazionale. Proprio per questo la domanda e il supporto nazionali rimangono essenziali per assicurare la redditività e la competitività delle industrie europee.

Il problema è come spostare a livello europeo, cioè verso la nuova realtà delle industrie e della loro offerta, queste politiche, cosicché la formazione progressiva di un mercato europeo sempre più integrato (e quindi anche sottoposto alle stesse regole della concorrenza) non vada immediatamente a scapito della concorrenzialità delle nostre industrie e, più in generale, della crescita tecnologica dell'Europa. Chi può svo­gere il ruolo di supporto alle capacità europee di ricerca e sviluppo? Soprattutto, come si gestisce la fase di transizione?

Facciamo alcuni esempi, cominciando proprio da Airbus, che ha appena vinto un'importante gara sul mercato americano della difesa. Airbus è nato come un consorzio di industrie nazionali, sostenute dai rispettivi governi. Oggi è divenuto una società transnazionale concentrata sul mercato civile e continua a ricevere il supporto dei Paesi europei dove opera. Malgrado il suo recente successo americano, Airbus ha una limitata capacità in campo militare, e quindi il supporto è inevitabilmente destinato al settore civile, suscitando forti proteste dal concorrente americano, Boeing. Tuttavia Boeingha un'elevata cifra d'affari militari finanziata dal Pentagono (superiore al 30%, per oltre 13 miliardi di curo nel 2005), fortemente supportata sia per quel che riguarda la ricerca che lo sviluppo e la produzione e, quindi, ha meno necessità di sostegno nelle attività civili. Questa è, in sintesi, la posizione assunta dalla Commissione europea nella discussione con la controparte americana. Un ulteriore problema di Airbus è che se venissero a cessare gli interventi dei singoli Stati di riferimento, nessuno potrebbe oggi sostituirli a livello europeo.

Secondo esempio: i lanciatori. La società europea Arianespace è stata ed è sostenuta grazie al supporto degli Stati nazionali coinvolti industrialmente e attraverso l'Esa, che a sua volta rappresenta l'interesse europeo, ma che, per statuto, esclude ogni impegno di carattere esplicitamente militare. L'Europa, quindi, fa pochissimi lanci militari, e di questi alcuni con vettori americani. Negli Usa, Boeing e Lockheed, oggi consorziate, si avvantaggiano dell'esclusiva di tutti i lanci militari americani e, di conseguenza, non hanno bisogno di supporto nel mercato civile. Anche in questo caso l'Europa sostiene le attività civili anche per riequilibrare il supporto ricevuto dai competitori americani grazie alle attività militari.

Terzo esempio: gli elicotteri. In questo campo l'Europa ha due società transnazionali, Eurocoptere e AgustaWestland. Ambedue hanno una base bi-nazionale, ma fanno ampio ricorso a fornitori presenti anche in altri Paesi europei. Nel caso di Eurocopter la società si è potuta avvantaggiare in particolare del sostegno fornito dal ministero della Difesa francese, che ha a sua disposizione un importante bilancio per la ricerca e sviluppo (oltre 700 milioni di euro). AgustaWestland, invece, ricevendo solo finanziamenti molto limitati dal ministero della Difesa italiano (che può utilizzare solo 70 milioni di euro per la ricerca e sviluppo), ha dovuto contare sui fondi del ministero dello Sviluppo economico, sia per applicazioni militari, sia per applicazioni civili (anche se con modalità e procedure diverse, come previsto dalla normativa europea). Rimane però il fatto che gli elicotteri sono per loro natura delle macchine duali, perché la piattaforma è spesso la stessa sia per il mercato militare che per quello civile. In alcuni casi ne è, invece, un derivato, come l'elicottero EC 725 di Eurocopter e il suo fratello civile EC 225 o l'elicottero EC 135 e il suo fratello militare-civile BO 105. Vi sono poi gli sviluppi tecnologici o di parti della macchina, che possono passare indifferentemente dal militare al civile o viceversa, indipendentemente dall'origine. In questo caso il differente bilanciamento fra supporto alle attività militari e civili è interno all'Europa, ma dovrebbe essere considerato fisiologico, così come l'Europa sostiene esserlo a livello di mercato transatlantico.

E veniamo così al secondo problema da noi evidenziato. In tutti questi casi è evidente la difficoltà di distinguere la natura civile, duale o militare dei prodotti o di parte dei prodotti o delle tecnologie utilizzate. La complessità di questa problematica è confermata dal fatto che solo ora, e con grande cautela (e in modo progressivo) la Commissione Ue ha cominciato ad affrontare queste questioni, per lo meno sul piano delle regole, dopo quasi cinquant'anni di separazione fra civile e militare. È stata così avanzata una proposta di direttiva sugli appalti pubblici dei prodotti per la sicurezza e la difesa (riconoscendo che il confine fra sicurezza e difesa è molto labile) e con un'altra proposta di direttiva sui trasferimenti intracomunitari. Inoltre ha operato una prima (ancora relativamente modesta, ma politicamente significativa) apertura nel settore della ricerca e sviluppo, proponendo finanziamenti europei, grazie all'inserimento nel VII programma quadro di un'area specifica dedicata alla sicurezza (oltre a aeronautica e spazio). È un inizio positivo, ma sicuramente la strada è ancora molto lunga.

Bisogna, di conseguenza, affrontare una nuova fase della realtà europea nel campo della sicurezza e difesa, gestendo il cambiamento in atto, ma riconoscendo anche la lentissima tempistica che lo contraddistingue, e cioè la convivenza obbligata tra vecchie regole del gioco (nazionali) e la nuova dimensione europea che dovrà essere consolidata prima di poter essere considerata pienamente operativa. Nel frattempo è necessario evitare disparità di trattamento fra i diversi paesi europei, contestando ad alcuni il sostegno alle imprese che, invece, si accetta venga erogato da altri. Non ci si può concentrare solo sulla forma, ma bisogna guardare anche alla sostanza all'interno di un quadro europeo in cui bisognerà far convivere ancora per molto tempo iniziative nazionali e comunitarie.