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Editoriali

 

1/2007

 

5.  Fulmine di guerra, l’Italia decolla

Manlio Dinucci, Il Manifesto, 25 Ottobre 2006

 

Il caccia statunitense di quinta generazione Joint Strike Fighter sta ormai decollando. Il primo proto­tipo è stato presentato dal Penta­gono in luglio e, alla cerimonia di inaugurazione, l'aereo è stato ribattezzato F-35 Lightning (fulmine) II, perché «co­me un fulmine esso colpirà il nemico con forza distruttiva e inaspettatamen­te». Pochi giorni fa, l'aeronautica Usa ha comunicato l'elenco delle basi in cui saranno testati i nuovi caccia, rea­lizzati dalla Lockheed Martin, e adde­strati i piloti. Nel frattempo la Nor­throp Grumman ha messo a punto il software del caccia, che sarà sperimen­tato attraverso 47 test stations dislocate negli Usa e in Gran Bretagna. Una vol­ta testati i 23 prototipi, nel 2008 inizie­rà la produzione delle tre varianti del caccia: la prima a decollo e atterraggio convenzionali, la seconda per le porta­erei, la terza a decollo corto e verticale. Saranno così dotate del nuovo caccia aeronautica, marina e corpo dei mari­nes.

Un memorandum d'intesa

Anche l'aeronautica e la marina ita­liane, secondo quanto stabilito finora, saranno dotate del nuovo caccia. Il pri­mo memorandum d'intesa per far par­tecipare l'Italia al programma del Joint Strike Fighter è stato firmato il 23 di­cembre 1998, durante il governo D'Alema. Quindi, durante il governo Berlu­sconi, la commissione difesa del senato ha approvato, il 14 maggio 2002, la proposta governativa di finanziare il «Programma pluriennale di ricerca e sviluppo dello Stato maggiore dell'ae­ronautica n. 2/2002 relativo allo svilup­po del velivolo Joint Strike Fighter (n. 99)». Il memorandum d'intesa con cui l'Italia è entrata a tutti gli effetti nel pro­gramma del Joint Strike Fighter è stato firmato al Pentagono, il 24 giugno 2002, dall'ammiraglio Giampaolo Di Paola, l'attuale capo di stato maggiore della difesa, che allora era segretario ge­nerale della difesa e direttore degli ar­mamenti nazionali. L'Italia è entrata nel programma come partner di secon­do livello (dopo Usa e Gran Bretagna al primo), impegnandosi a pagare un miliardo di dollari e ad acquistare oltre cento caccia

«Eccellenti prospettive»

L'impegno è stato confermato du­rante il governo Prodi, con la visita a Washington del capo di stato maggio­re dell'aeronautica, generale Tricarico. Che a giugno a Washington, qui ha in­contrato il capo di stato maggiore dell'aeronautica Usa e dirigenti della Lockheed Martin. Nel comunicato emesso si precisa che l'Italia acquiste­rà 131 dei circa 2.700 nuovi caccia di cui è prevista la produzione.

Finora l'Italia ha investito nel pro­gramma 1.028 milioni di dollari, ma i contratti già firmati dall'industria italia­na (un gruppo di aziende capeggiato da Alenia Aeronautica e Fiat Avio), già ammontano a 870 milioni di dollari. Vi sono «eccellenti prospettive», ha di­chiarato il generale, di svolgere in Ita­lia, nei prossimi 45 anni, operazioni di assemblaggio e controllo dei velivoli montati da fornire ad altri paesi, che garantiranno 10mila posti di lavoro, con un giro d'affari stimato dalla Lockheed Martin in 9,6 miliardi di dol­lari. Quale sede più idonea per l'assem­blaggio viene indicato l'aeroporto di Cameri (Novara).

Un grande affare, dunque? Rifaccia­mo i conti. Mentre nelle casse delle aziende private entrano 870 milioni di dollari per i contratti sinora stipulati e altri milioni per quelli futuri, dalle cas­se pubbliche escono oltre un miliardo di dollari per partecipare al program­ma e come minimo 11 miliardi di dol­lari per l'acquisto dei caccia, il cui co­sto è già salito da 66 a circa 85 milioni per aereo e aumenterà ulteriormente. Si aggiungono a questi circa 7 miliardi di euro per acquistare 121 Eurofighter Typhoon, il caccia europeo che l'Italia sta costruendo (insieme a Gran Bretagna, Germania e Spagna) mentre allo stesso tempo partecipa alla realizzazio­ne del caccia statunitense, concorren­te di quello europeo.

Governo «previdente»

Il governo comunque è previdente: nella Finanziaria ha stabilito (all'art. 113) un fondo di circa 4,5 miliardi di euro in tre anni «per la realizzazione di programmi di investimento plurienna­le per esigenze di difesa nazionale, deri­vanti anche da accordi internazionali».

Per sostenere tali costi, che si aggiun­gono alla spesa militare italiana già al settimo posto su scala mondiale con 27 miliardi di dollari annui (dati Sipri), dovremo certo fare sacrifici. Essi saran­no però ricompensati dal sapere che sulla portaerei Cavour, fulcro della «for­za nazionale di proiezione dal mare», e nella «expeditionary air task force» per la proiezione del nostro «potere aereo» (Di Paola), ci sarà il caccia statunitense di quinta generazione, che «come un fulmine colpirà il nemico con forza di­struttiva e inaspettatamente».